Ho raggiunto l’obiettivo… e adesso?


Ricordiamoci che il viaggio è più importante della mèta; infatti è bello divertirsi (se possibile) nel raggiungere i propri obiettivi, le variabili che troveremo sul nostro percorso saranno talmente tante che sarà difficile annoiarsi, ma cosa potrebbe accadere quando, una volta pianificato tutto per bene, rispettando ogni singola tappa programmata, riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi?

Prepariamoci anche a questa situazione, perché per molte persone una volta raggiunto l’obiettivo inizia un periodo buio, che solo il raggiungimento di un altro obiettivo può illuminare.

Siamo esseri umani e, come diceva Dostoevskij è difficile aspettarsi felicità duratura dall’essere umano, anche se lo si immerge fino ai capelli nella gioia, al punto che non gli resti più che dormire, mangiare e riprodursi, in quello stesso istante sarà capace di procurarsi un qualcosa di dannoso, forse solo una assurda sciocchezza, ma tale da aggiungere alla sua vita quel tocco di tristezza, malessere o nocività.

Per molta gente (sembra incredibile da credere) nulla è più difficile da sopportare che una serie di giorni felici.

Una storica frase pronunciata, sembra, da un lavoratore del porto di Venezia quando gli Asburgo lasciarono la città fu: «Maledetti gli austriaci, che ci hanno insegnato a mangiare tre volte al giorno» (P. Watzlawick, 1984).

E’ universalmente noto che si può essere infelici anche nel “recinto chiuso” della nostra mente: si può rimproverare al nostro partner la mancanza di amore, accusare i propri superiori al lavoro di favoritismo o malafede, oppure dare la colpa al meteo del nostro malessere.

Come racconta Norman V. Peale (1952), anche se svuotassimo la nostra mente da ogni pensiero, essa tenderà comunque a riempirsi pian piano, perché non può restare una tabula rasa a lungo.

Per impedire che accada, Peale consiglia nei suoi scritti di allenare la mente ogni giorno ad evocare una serie di idee scelte con precisi criteri, ma quanti sono che lavorano su loro stessi in questo modo?

Non credo siano molti, e tra quelli che ho conosciuto molti appartengono alla schiera di persone che hanno frequentato come me alcuni corsi sul miglioramento personale.

A volte ho tristemente constatato, durante delle sedute di coaching, che alcune persone “amano” essere infelici.

Dopotutto, cosa saremmo senza la nostra infelicità?

Sembra essere indispensabile, e questo vale solo per l’uomo? Certamente no!

Gli animali non se la cavano meglio, basta recarci in uno zoo e vedere quanto sono tristi (leggasi come equivalente umano nevrotici e depressi) gli animali che sono in quella situazione assolutamente protetta, che non hanno neanche il bisogno di cacciarsi il cibo giornaliero (P. Watzlawick , 1984).

Nella vita esistono due tragedie: la prima è la mancata realizzazione di un intimo desiderio, l’altra è la sua realizzazione. (George Bernard Shaw)

Le regole di questo gioco, di questa corsa verso una naturale infelicità, sembra che siano da ricercare nella terminologia dell’arrivare, la quale metaforicamente porta con sé il significato di raggiungere un qualcosa. Questo vale per il successo, per il potere, per l’approvazione e il rispetto anche nei confronti di noi stessi.

Viceversa l’insuccesso, è segno di sconfitta.

Ma l’insuccesso è anche indicato da una strada faticosa da percorrere, sia per gli sforzi che è necessario fare, sia perché il fallimento si può celare dietro ogni angolo, specialmente se dobbiamo percorrere una strada molto lunga.

Certo, il non mettersi in viaggio potrebbe essere la scelta più facile, non ci farebbe andare incontro a sconfitte, ma non ci farebbe neanche sentire il pulsare della vita e poi, come ben sappiamo, non si può non decidere.

— fabio pandiscia

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